Barbara Amati demonolatria simboli e consapevolezza
Alta e bassa magia: una distinzione davvero così netta?
Alta e bassa magia: esplora le differenze tra daimon greco, Jung e simbolismo, oltre gli stereotipi su bene, male e responsabilità personale.
Barbara Amati
10/29/202613 min read


Alta e bassa magia: una distinzione davvero così netta?
Quando senti parlare di alta e bassa magia, quali immagini ti vengono in mente?
Spesso da una parte angeli, luce, elevazione.
Dall'altra demoni, oscurità e qualcosa da cui tenersi lontani.
È una rappresentazione immediata, quasi una scala: ciò che sta sopra sarebbe più puro; ciò che sta sotto, più pericoloso.
Ma questa scala aiuta davvero a comprendere le tradizioni esoteriche? Oppure ci fa ripetere un giudizio prima ancora di aver esaminato ciò di cui stiamo parlando?
La distinzione esiste, ma cambia significato secondo l'epoca, l'autore, l'ambiente e le nostre convinzioni.
Può riguardare gli scopi di una pratica, i suoi strumenti, la cultura di chi la trasmette o il valore che una comunità le attribuisce.
Non basta individuare il nome di un'entità per sapere in quale categoria inserirla.
Partiamo dunque dal significato dei termini. Dal daimon greco alle tavolette di Ugarit, fino alla lettura junghiana dei simboli, incontreremo prospettive diverse.
Il filo che le collega è una domanda: quanto conosciamo davvero ciò che definiamo luminoso oppure oscuro?
Che cosa significano alta magia e bassa magia?
In alcuni ambienti esoterici moderni, l’alta magia viene associata alla ricerca spirituale, alla trasformazione dell’operatore e a cerimonie elaborate. La bassa magia è invece collegata alle esigenze quotidiane e alle consuetudini popolari. Questa distinzione offre un primo orientamento; i suoi confini, però, variano fra autori e scuole.
Ad Esempio, nel capitolo dedicato alla “bassa magia”, Ronald Hutton collega questa etichetta agli occultisti che rivendicavano una tradizione colta, distinguendola dai rimedi e dalle consuetudini popolari. Il termine esprime dunque anche una gerarchia sociale: attribuisce prestigio ad alcune conoscenze e ne lascia altre ai margini.
Mentre David J. Collins descrive la magia dotta come un insieme che comprende magia naturale, astrale, divinazione, alchimia e rituali rivolti a spiriti considerati buoni o cattivi. “Magia dotta” e “alta magia” non sono sinonimi perfetti, ma il confronto mostra quanto sia fragile la divisione fra pratiche colte necessariamente angeliche e pratiche popolari necessariamente demoniache.
Una classificazione può contenere un giudizio
Immagina due persone che lavorano con i simboli. Una possiede una biblioteca e usa termini specialistici. L’altra ha appreso gesti e consuetudini nel proprio ambiente familiare. Sarebbe sufficiente questa differenza per stabilire chi sia più saggio, più etico o più responsabile?
Non lo darei per scontato. Un lessico specialistico può riflettere anni di studio oppure rivestire di autorevolezza affermazioni poco solide. Allo stesso modo, una consuetudine tramandata non certifica da sola il valore di un insegnamento, ma neppure autorizza a liquidarlo come ignoranza.
A orientare il giudizio intervengono anche le nostre convinzioni.
Se associamo il sapere autentico esclusivamente ai libri, potremmo svalutare una trasmissione orale prima di conoscerla. Se idealizziamo tutto ciò che viene tramandato, potremmo invece accoglierlo senza esaminarlo. In entrambi i casi, rischiamo di cercare conferme a ciò che pensiamo già.
La questione diventa più delicata quando una classificazione riguarda le persone: chi appartiene alla tradizione “giusta” e chi sarebbe pericoloso, impuro o ingannatore. Un’etichetta può così rafforzare il senso di appartenenza, indicando qualcuno da cui prendere le distanze.
È qui che può affacciarsi il meccanismo del capro espiatorio: concentrare su una persona o un gruppo la colpa di difficoltà molto più complesse.
Individuare un colpevole offre una spiegazione immediata e può evitare di mettere in discussione il proprio ambiente.
(Il caso Crowley, in questo, è emblematico.)
Per questo vale la pena domandarsi chi abbia introdotto una classificazione, su quali elementi si fondi e quale funzione svolga.
Prima di definire una persona o una tradizione “pericolosa”, dovremmo capire se quel giudizio nasce da comportamenti documentati oppure dal fatto che mette in discussione le nostre convinzioni.
Alto e basso non coincidono automaticamente con bene e male
Nel linguaggio quotidiano, queste parole sono già cariche di valori. Diciamo “elevato” per qualcosa che ammiriamo e “basso” per un comportamento spregevole. È facile trasferire questa abitudine anche al sacro: il cielo diventa garanzia di bontà, la profondità indizio di colpa.
Eppure posizione simbolica e valutazione morale sono domande diverse. Una figura può essere legata alla terra, ai morti o alla notte senza che ogni suo significato si esaurisca nella malvagità. Per comprenderla bisogna ricostruire il contesto in cui compare, anziché assegnarle subito una casella.
Lo stesso vale per il modo in cui ci presentiamo. Definire un'attività “elevata” non rende automaticamente limpide le intenzioni di chi la propone. Il lessico spirituale può accompagnare un'indagine seria, ma può anche diventare una protezione dalle critiche.
Qui alla ricostruzione storica si affianca una considerazione etica: una cosa è capire come venivano classificate le operazioni; un’altra è valutare il comportamento di chi oggi si richiama a quelle categorie.
Insomma, definire una pratica “alta magia” non garantisce che chi la esercita agisca con competenza e rispetto. Questo va valutato attraverso i suoi comportamenti.
Il cristianesimo e la lettura delle potenze spirituali
Nel contesto europeo, le categorie cristiane hanno contribuito profondamente al modo in cui sono state interpretate le potenze spirituali. Sarebbe però riduttivo affermare che la distinzione fra alta e bassa magia sia soltanto un'invenzione cattolica o coincida sempre con angeli contro demoni.
La storia della magia dotta comprende anche contributi greci e romani, ebraici e islamici, oltre alle successive rielaborazioni europee. Non si tratta di un unico sistema rimasto identico attraverso i secoli.
Correggere uno stereotipo richiede attenzione: sarebbe altrettanto fuorviante sostenere che ogni figura successivamente demonizzata fosse, in origine, soltanto benevola. Per ricostruirne le vicende servono nomi, luoghi, documenti e trasformazioni riconoscibili.
Preferisco domande più precise: dove incontriamo quel nome? Quale funzione gli viene attribuita? Stiamo leggendo una testimonianza antica, una polemica religiosa o una reinterpretazione contemporanea?
È sicuramente, un lavoro meno immediato, ma restituisce ai simboli parte della loro complessità.
Il daimon greco: perché non è semplicemente un demone malvagio
Il termine greco daimon è particolarmente utile per interrompere gli automatismi. Non può essere tradotto in ogni contesto come “demone malvagio”, attribuendogli tutto ciò che il lettore moderno associa a questa espressione.
Nel Simposio, attraverso il discorso di Diotima, Platone presenta Eros come un grande daimon, intermedio fra il mortale e il divino.
Gli attribuisce una funzione di mediazione: portare agli dèi preghiere e offerte degli uomini e agli uomini comunicazioni divine. Il riferimento è il passo 202d–203a.
In questo passo conta la funzione di intermediario. Se traduciamo subito Eros in un angelo o in un diavolo, perdiamo proprio la posizione che Diotima gli assegna: quella di mettere in comunicazione ambiti distinti.
Va ricordato che questo è un significato attestato in un preciso dialogo. Il vocabolo greco ha una storia più ampia: il passo platonico non offre una definizione di ogni presenza spirituale dell’antichità.
Il daimon di Diotima e il daimonion di Socrate
Un'altra precisazione evita confusioni frequenti. Nell'Apologia, Socrate descrive un segno divino, il daimonion, che lo trattiene da determinate azioni. Non va trasformato automaticamente in un consigliere che gli suggerisce ogni scelta.
Nemmeno il daimon del Simposio e il segno socratico devono essere trattati come due descrizioni perfettamente sovrapponibili. Entrambi aiutano a vedere quanto il vocabolario antico sia più articolato delle equivalenze moderne, ma appartengono a passaggi e funzioni differenti.
Una parola familiare può ingannarci: la riconosciamo e pensiamo di sapere già tutto.
Fermarsi sulla differenza fra questi due passi permette invece di leggere Platone con maggiore precisione, senza attribuirgli categorie elaborate molti secoli dopo.
Ugarit: quando il divino non entra nelle nostre categorie
Ugarit è uno dei contesti antichi che più mi affascinano, perché obbliga a rallentare i giudizi. Le sue tavolette ci restituiscono un mondo divino fatto di alleanze, conflitti, desideri e rapporti di potere. Per comprenderlo, dobbiamo provare a entrare nella logica dei racconti, prima di dividere i protagonisti in buoni e cattivi.
Prendiamo Baal. È il dio della tempesta e della pioggia: in una terra in cui l’acqua determina la possibilità di coltivare e nutrirsi, la sua funzione riguarda direttamente la sopravvivenza.
Ma il dio che porta la pioggia è anche un combattente. Nel ciclo mitologico affronta Yamm, il Mare, in una contesa per la supremazia.
Fertilità e combattimento appartengono dunque alla stessa figura. Se scegliessimo soltanto uno di questi aspetti, perderemmo una parte essenziale del racconto.
Baal, Yamm e Mot: un mondo attraversato dal conflitto
Yamm non va identificato automaticamente con il diavolo delle tradizioni successive. È una potenza divina che, nella narrazione, avanza una pretesa di dominio e si scontra con Baal. Essere l’avversario del protagonista non significa rappresentare il male assoluto.
Anche Mot, la Morte, richiede attenzione. La sua presenza mette in gioco la vulnerabilità della vita e della fertilità. Nel conflitto con Baal, ciò che sostiene l’esistenza incontra la forza che può interromperla.
Possiamo leggere questi scontri anche come immagini delle tensioni fra vita, distruzione e ordine del mondo.
A mio avviso è però importante non ridurre l’intero ciclo a una semplice allegoria delle stagioni: i testi raccontano anche regalità, autorità e relazioni fra divinità.
Anat: la difficoltà di tenere insieme aspetti diversi
Anat rende ancora più evidente questa complessità. È una figura guerriera, capace di una violenza impressionante, e nello stesso tempo un’alleata decisiva di Baal.
Il lettore moderno può sentirsi disorientato: come può una figura che sostiene il dio della pioggia essere anche protagonista di scene così feroci?
Il punto è che il suo ruolo non si lascia riassumere nell’immagine di una dea rassicurante. La sua forza comprende la capacità di combattere e annientare. Questo non obbliga ad approvarne ogni gesto: invita a distinguere la comprensione del racconto dal nostro giudizio su ciò che racconta.
Che cosa ci insegna questo confronto?
Non possiamo dedurre che gli abitanti di Ugarit ignorassero la differenza fra azioni giuste e ingiuste. Possiamo però riconoscere che le loro divinità non coincidono con le categorie religiose attraverso cui, molti secoli dopo, altri autori avrebbero interpretato il mondo antico.
Per me, il fascino di Ugarit sta proprio qui: una stessa figura può dare nutrimento, rivendicare autorità, proteggere e combattere. Comprenderla richiede di osservare come questi aspetti convivono e quale significato assumono nelle diverse vicende.
Tornando all’alta e alla bassa magia, il confronto non dimostra che queste categorie esistessero già a Ugarit.
Ci aiuta, invece, a riconoscere quanto sia rischioso usarle per giudicare indistintamente ogni tradizione.
Prima di chiamare una potenza “oscura” nel senso di malvagia, dobbiamo capire quale posto occupasse nel mondo di chi la venerava.
Altrimenti rischiamo di raccontare soprattutto le nostre convinzioni, lasciando in secondo piano la cultura che vorremmo conoscere.
Un confronto non è una genealogia
Accostare Ugarit, filosofia greca e sensibilità contemporanee può aprire domande interessanti.
Non autorizza però a immaginare una dottrina unica che attraversi tutte queste culture senza trasformazioni.
Il daimon platonico non è semplicemente una divinità cananea con un altro nome. E una pratica demonolatrica contemporanea non diventa, per il solo fatto di richiamare un nome antico, la prosecuzione documentata di un culto dell'età del Bronzo.
Possiamo riconoscere ispirazioni e studiare come un’immagine venga ripresa in epoche successive. Documentare una trasmissione ininterrotta richiede invece prove specifiche. Un accostamento simbolico conserva il proprio valore anche quando non ricostruisce una discendenza storica.
Magia spirituale e bisogni concreti: davvero due mondi separati?
Torniamo agli scopi. Perché un’esigenza quotidiana dovrebbe essere meno degna di attenzione di un obiettivo definito spirituale? Il prestigio delle parole non ci dice quanto sia profondo il bisogno che stanno esprimendo.
La paura di perdere la propria stabilità, il bisogno di proteggere una relazione o il desiderio di trovare un posto nel mondo possono aprire interrogativi profondi. Non sono temi superficiali soltanto perché riguardano la vita concreta.
D'altra parte, utilizzare parole come “trascendenza” o “iniziazione” non dimostra che una ricerca sia libera da ambizione, competizione o bisogno di riconoscimento. Anche un ideale elevato può diventare il luogo in cui nascondiamo qualcosa a noi stessi.
Il punto è osservare il rapporto che instauriamo con il nostro obiettivo. Una preoccupazione modesta può essere affrontata con grande serietà; un progetto grandioso può aiutarci a rinviare una conversazione difficile.
La quotidianità, talvolta, mette alla prova le nostre aspirazioni molto più dei discorsi solenni.
Jung e il simbolismo esoterico: dalla storia alla vita interiore
Con Jung cambia il piano del discorso. Dopo le testimonianze antiche e le classificazioni esoteriche, possiamo interrogarci su ciò che certe immagini risvegliano in chi le incontra. Stiamo passando dalla ricostruzione dei documenti alla loro possibile risonanza personale.
Nella prospettiva junghiana, l'individuazione riguarda un processo di conoscenza e realizzazione di sé, che coinvolge la relazione fra aspetti consci e inconsci. Non coincide semplicemente con l'esaltazione dell'io o con il sentirsi speciali.
Questo può dialogare con il tema della trasformazione dell'operatore.
Il collegamento che propongo è una riflessione contemporanea: leggere certe immagini come occasioni per interrogarci. Non significa che Jung abbia confermato l'efficacia soprannaturale dei rituali, né che tutte le tradizioni magiche avessero in origine uno scopo psicologico.
Il confronto diventa interessante proprio mantenendo questa distinzione. Una credenza religiosa possiede un significato per chi la vive; esaminarne la risonanza interiore è un’indagine ulteriore.
Nessuna delle due prospettive deve appropriarsi automaticamente delle conclusioni dell’altra.
L'Ombra junghiana non è un'entità infernale
Nel modello junghiano, l'Ombra comprende aspetti che l'identità cosciente fatica a riconoscere o accettare. Non contiene soltanto qualità moralmente riprovevoli: può includere possibilità e capacità rimaste escluse dall'immagine che abbiamo costruito di noi.
L’equazione “demone uguale Ombra” resta quindi impropria.
Un essere descritto da una tradizione religiosa e un concetto della psicologia analitica appartengono a sistemi differenti. Qui li avviciniamo per esplorare un’immagine, non per dichiararne l’identità.
Un esempio: essere sempre quella comprensiva
Immagina una persona orgogliosa della propria disponibilità. È quella che comprende tutti, che non crea problemi, che trova sempre una giustificazione. Poi accetta un impegno che non vuole assumere e passa la serata a rimuginare.
Restiamo sull’esempio, senza ricavarne una diagnosi che non è di mia competenza.
Nella sua idea di bontà c’è spazio per esprimere un limite? Oppure il semplice fatto di dissentire le sembra già una colpa? Una scena comune basta ad aprire una riflessione sull’immagine che desideriamo offrire agli altri.
Il linguaggio simbolico permette di avvicinare simili contraddizioni senza chiuderle subito in una sentenza. Può dare forma a un’esperienza ancora confusa e suggerire interrogativi. Non sostituisce l’ascolto della storia individuale, tanto meno una valutazione professionale quando necessaria.
Riconoscere un impulso non significa obbedirgli
Parlare di integrazione può generare un equivoco: se un impulso mi appartiene, dovrei lasciarlo esprimere liberamente. Ma ammettere ciò che proviamo e decidere come comportarci sono due passaggi diversi.
Riconoscere un desiderio di controllo non equivale a legittimare il controllo su un'altra persona. Accorgersi della propria aggressività non autorizza a umiliare qualcuno. Posso ammettere un sentimento e assumermi la responsabilità di come lo traduco in comportamento.
Pensa a una discussione in cui ti senti ferita. Puoi provare l'impulso di colpire il punto debole dell'altro e decidere di non farlo. Quella scelta non cancella ciò che hai sentito ma rende visibile il tuo rapporto con esso.
In questa lettura, l’introspezione amplia lo spazio della scelta. Posso ascoltare il disappunto, riconoscerne la presenza e cercare un modo adeguato per comunicarlo. A volte il primo cambiamento consiste proprio nel non tradurre immediatamente una reazione in un gesto.
L'alchimia come immagine: trasformare non è cancellare
L’alchimia offre qui una metafora: per trasformare occorre incontrare la materia da cui si parte. È un uso simbolico dell’immagine, che non pretende di riassumere l’alchimia storica, con le sue operazioni sulle sostanze e la varietà dei suoi linguaggi.
La materia di una riflessione può essere anche un'abitudine scomoda: il bisogno di approvazione, la difficoltà ad ascoltare una critica, la tentazione di attribuire sempre agli altri il problema. Cambiare il nome di queste esperienze non basta a cambiarne il funzionamento.
Una persona può definirsi “in trasformazione” e ripetere lo stesso gesto ogni volta che si sente contraddetta. Non è una condanna. È un elemento da osservare, molto più concreto di una dichiarazione solenne.
Il valore della metafora emerge nel confronto con i fatti. Se affermo di essere cambiata, dove si vede? Magari nel modo di accogliere un’obiezione o nella capacità di scusarmi.
Un atteggiamento eqilibrato può raccontare un’evoluzione meglio di molte dichiarazioni sulla propria crescita.
Autorevolezza esoterica: quando la certezza diventa una maschera
Un titolo, un seguito numeroso o una biblioteca peronale ben fornita possono suscitare fiducia ma sono convinta che non spiegano, da soli, come una persona gestisca i limiti della propria conoscenza. È un punto che considero essenziale anche per chi divulga.
Se qualcuno racconta un sogno, posso confrontarlo con un repertorio simbolico. Questo non mi autorizza a dichiarare con certezza quale entità lo abbia provocato. Fra descrizione e interpretazione c'è uno spazio che merita di rimanere visibile.
Immagina di raccontare un'esperienza e di ricevere una spiegazione definitiva prima ancora di aver finito. Può rassicurarti. Ma potresti anche perdere l'occasione di aggiungere un dettaglio capace di cambiare tutto.
Una voce autorevole lascia posto alle domande e accetta le correzioni. Distingue una testimonianza da una prova, un’ipotesi da una conclusione. La fiducia del lettore si costruisce spiegando con chiarezza il proprio ragionamento, senza presentare un’interpretazione come una verità indiscutibile.
Il sacro e la responsabilità verso gli altri
Una convinzione spirituale può avere un valore profondo per chi la vive. Non dovrebbe però diventare un'autorizzazione generale a decidere della vita altrui. La distinzione fra alto e basso non giustifica un simile potere sugli altri.
Dire “mi è stato indicato” non rende superfluo spiegare una scelta. Sentirsi guidati non elimina la necessità di considerare il consenso, i confini e le conseguenze. Chi ascolta deve poter fare domande e dissentire.
Penso soprattutto alle situazioni in cui una persona si sente vulnerabile e cerca orientamento.
In quel momento il linguaggio di chi viene percepito come autorevole pesa di più. Una frase assoluta può restringere le possibilità proprio quando sarebbe utile renderle più visibili.
La relazione con il sacro appartiene alle convinzioni individuali. Il modo in cui comunichiamo quelle convinzioni entra invece nelle relazioni concrete. È lì che incontriamo gli altri, con la loro autonomia e il diritto di non condividere la nostra interpretazione.
Una lettura simbolica può convivere con una convinzione religiosa?
Quando introduco questi collegamenti, una possibile obiezione è comprensibile: parlare di immagini interiori significa negare l'esistenza del divino? Secondo me, no. Significa dichiarare quale domanda stiamo affrontando e quali strumenti stiamo utilizzando per farlo.
Chi riconosce una presenza divina può interrogarsi anche sulle proprie aspettative.
Chi considera una figura esclusivamente simbolica può studiare con rispetto il significato che essa ha per una comunità religiosa.
Le due persone non devono arrivare alla stessa conclusione per potersi ascoltare.
La confusione nasce quando mescoliamo i piani senza accorgercene. Una sensazione personale viene presentata come fatto storico; una metafora viene utilizzata come dimostrazione; il valore di una testimonianza diventa una certezza sulle esperienze altrui.
Il lettore finisce così per attribuire alla spiegazione una solidità che non è stata dimostrata.
Preferisco una comunicazione capace di dire: questo è attestato in un testo; questa è l'interpretazione di un autore; questo è il collegamento che propongo.
Questo atteggiamento offre al lettore la possibilità di seguire il ragionamento con consapevolezza, invece di chiedergli un'adesione indistinta.
Comprendere un simbolo richiede più di una parola chiave
Prendiamo un esempio semplice: qualcuno legge che il fuoco rappresenta la volontà. Può ricordare l'associazione e ripeterla correttamente. Ma fra memorizzare due parole e comprendere come vengono collegate c'è ancora un'ampia finestra di studio.
Lo stesso accade con “alto”, “basso”, “divino” e “oscuro”. Se ci limitiamo a riconoscere le etichette, ogni nuovo testo sembra confermare ciò che sappiamo già.
Se torniamo a interrogarle, possiamo scoprire che lo stesso vocabolo assume un senso diverso da quello che gli avevamo assegnato.
Questa attenzione non appartiene soltanto ai libri di esoterismo. Anche nelle conversazioni quotidiane usiamo parole apparentemente condivise, come libertà o rispetto, intendendo cose diverse. Capire quale significato attribuiamo loro può cambiare il dialogo prima ancora di cambiare le opinioni.
Divulgare significa accompagnare il lettore dentro queste differenze. Un nome in più può servire, se permette di capire meglio; altrimenti resta soltanto una parola difficile. Lo studio prende vita quando mette alla prova le nostre attese e ci lascia osservare un dettaglio che prima sfuggiva.
Che cosa produce questa ricerca nel modo in cui vivi?
Dopo questo itinerario, le etichette di alta e bassa magia appaiono meno immediate: raccontano scopi, ambienti, rivendicazioni di prestigio e modi di classificare il sacro.
La riflessione etica non cancella queste differenze storiche ma ci dovrebbe aiutare ad espandere la nostra mappa del mondo
Che rapporto stiamo costruendo con ciò che studiamo? Ci aiuta a esaminare le nostre convinzioni, oppure rende più difficile metterle in discussione? Ci permette di ascoltare, oppure ci fornisce soltanto nuovi argomenti per sentirci superiori?
Non serve rispondere con una dichiarazione perfetta. A volte basta guardare una scena quotidiana: come reagiamo quando sbagliamo un nome, quando qualcuno ci fa notare un'incoerenza, quando un'esperienza non conferma quello che speravamo.
Una ricerca seria può lasciare spazio perfino all’autoironia. ( questa sconosciuta...)
Possiamo attribuire valore ai simboli senza trasformare noi stessi in personaggi intoccabili. Possiamo essere coinvolti e continuare a riconoscere di non avere compreso tutto.
Fra cielo e terra, fra immagini luminose e figure oscure, rimane una persona che interpreta, sceglie e risponde delle proprie parole. È quella persona che incontro prima di ogni etichetta.
Ed è nel suo modo di vivere e trattare gli altri che una ricerca diventa, per me, davvero interessante.
En Erebos Phos- Barbara Amati
"En Erebos Phos" - Dal buio viene la luce.
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